Vegan, mercato da oltre 300 milioni di euro

Vegan, mercato da oltre 300 milioni di euro

Una mattina l’Italia si alzò e si scoprì vegetariana. E il franchising, come al solito, fiuta l’affare. Secondo i dati del rapporto 2016 del centro di ricerche Eurispes, gli italiani vegetariani e vegani aumentano al ritmo di 1.600 al giorno. Erano il 6% nel 2013. Sono diventati il 7,1 nel 2014. E l’8% nel 2015 (di questi, il 7,1 per cento è vegetariano mentre lo 0,9 è vegano, e quindi rifiuta anche i cibi che contengono derivati di origine animale). Una moda che si sta trasformando in fenomeno di massa: in soli 365 giorni un 2,3 per cento in più degli intervistati dall’Eurispes avrebbe imboccato il sentiero salutista. Probabile che a incidere sia stato anche l’allarme lanciato lo scorso ottobre dall’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, sulla cancerogenicità di carne rossa e insaccati. Sta di fatto che in Italia i consumi di carne diminuiscono al ritmo del 5 per cento ogni anno, mentre contemporaneamente aumentano le vendite dei prodotti legati alla tavola vegetariana. Le bevande sostitutive del latte (alla soia, al riso, alla mandorla) sono cresciute del 17% nel 2015, e perfino aziende sinonimo di latte come Granarolo lanciano linee di sostituti vegetali del latte, ma gli incrementi a doppia cifra riguardano anche i formaggi di soia (24%) o le zuppe di verdura pronte (38%). Nei supermercati il fatturato annuo generato dalla vendita di prodotti a base vegetale cresce e vale ormai 320 milioni di euro. A questo si aggiunga un sentiment positivo nei confronti degli animale: l’80,7% degli italiani è contrario alla vivisezione (-7% rispetto al 2015) e il 68,5% alla caccia (-10%). Stessa tendenza per la produzione di pellicce, per cui la quota dei contrari scende all’86,3% (-4% circa). Aumenta chi vorrebbe abolire la pratica di utilizzare animali nei circhi (dal 68,3% al 71,4%) e negli zoo (dal 53% al 54,9%), ma calano i contrari ai delfinari (dal 64,8% al 56,3%). Cresce di 12 punti la percentuale di chi vorrebbe accoglienza per gli animali da compagnia nelle strutture alberghiere (68,5%) e di ben 13 punti il numero di chi è d’accordo sull’accesso degli animali in luoghi pubblici (69,1%).

E ancora: il 22,5% ha un animale da compagnia, il 9,3% ne ha due, il 4,1% ne ha tre e il 7,4% dichiara di averne più di tre. Il miglior amico degli italiani resta il cane (60,8%) seguito dal gatto (49,3%). Con grande distacco troviamo pesci e tartarughe (entrambi all’8,7%), uccelli (5,4%), conigli (5,2%), criceti (3,1%) e animali esotici (2,1%). La maggioranza (38,6%) di chi ha un animale riesce a non oltrepassare la media dei 50 euro mensili per i pet e più del 35% contiene le spese sotto i 30 euro al mese. Solo il 19% spende fino a 100 euro mensili per cibare, tenere pulito o curare il proprio animale. Una minoranza coloro che possono permettersi di spendere ancora di più: il 4,3% che dedica al proprio pet un budget da 101 a 200 euro mensili, l’1,6% fino a 300 euro e un esiguo 1,4% che affronta una spesa di oltre 300 euro mensili.

Ormai l’Italia contende alla Germania il primato di Paese più vegetariano dell’Ue. Hanno una percentuale di vegetariani compresa tra il 7 e l’11% anche Svezia e Austria, seguite a discreta distanza da Russia, Usa, Francia, Spagna, Giappone e Cina, tra il 2 e il 4%.

Riflessi sul business e sul franchising

La moda del vegetarismo ha riflessi sul lato del consumi. Solo nei supermercati i prodotti a base vegetale toccano – come detto sopra – i 320 milioni di euro. Anche la ristorazione si è accorta della tendenza. Nel franchising italiano s’impongono catene come Veggie Days e Universo Vegano, si moltiplicano le pasticcerie e le gelaterie vegane, mentre sempre più catene del food in franchising stanno inserendo nei loro menu piatti vegetariani e vegani. Guardando al mondo, la catena di supermercati inglesi Sainsbury’s ha inserito in alcuni dei suoi prodotti la frase – d’oro per gli affari, a quanto pare – “adatto ai vegetariani”. La rete di fast food messicano di origine statunitense Chipotle ha lanciato i burritos senza derivati animali. Il rapper Lil B – che per sua stessa ammissione non è vegano – e la cantante Beyoncé hanno dato vita a vegEMOJI, un’app in cui le emoticon che usiamo nei messaggi di testo sono declinate in versione vegetariana: niente più animali e galline, ma broccoli e insalata. E anche uno dei marchi più famosi al mondo della birra, Guinness, ha annunciato – dopo 265 anni vita – di rinunciare a tutti gli ingredienti di origine animale, come per esempio il sistema di filtraggio a base di colla di pesce. D’altra parte, le pressioni sulle multinazionali del retail food sono sempre di più. Sul sito Change.org – famoso per dar vita a campagne pubbliche e raccolte di firme digitali sulle tematiche più svariate – una recente iniziativa che chiedeva a Wendy’s, rete di fast food in franchising, di inserire nel menu panini vegani ha raccolto più di 13.000 firme in poche ore. Wendy’s sarebbe solo l’ennesimo fast food a “cedere” alla moda vegetariana visto che Subway e Burger King hanno già provveduto a inserire nel menu panini e piatti “verdi”. Cento mila, invece, le firme raccolte per lo stesso obiettivo in un invito rivolto, questa volta, a McDonald’s (che in Italia ha lanciato McVeggie, più una intera linea vegetariana.

In Italia la catena di supermercati CRAI ha lanciato CRAI Bio. “Con la linea di prodotti biologici, CRAI si occupa di una categoria sempre più ampia di consumatori esigenti, informati e poco omogenei per scelta di consumo alimentare. Dagli amanti della dieta mediterranea ai vegani, a chi ama il gusto e ha a cuore la cura dell’ambiente, CRAI Bio potrà soddisfare tutte le sfumature di gusto a tavola” dicono dalla casa madre. Un’altra catena di ristorazione – 100 Montaditos, casual food di ispirazione spagnola – ha integrato nel menu piatti vegetariani fino a contare oggi 5 montaditos, i classici panini della Spagna, adatti ai vegetariani.